Il cloisonné non è una tecnica sola: è un sistema di contenimento. Prima di tutto gli altri passaggi, l'artigiano definisce i confini dell'immagine con sottili strisce o fili di metallo — quasi sempre oro, a volte argento — saldati su una base. Quei fili sono le cloisons, i setti che imprigionano ogni colore al suo posto e impediscono che gli smalti confinanti si fondano durante la cottura.
La sequenza operativa è rigida. Si prepara la base, di norma in oro o argento massiccio. Si piegano i fili con le pinzette, micromillimetro per micromillimetro, seguendo il disegno. Si saldano. Poi inizia il riempimento: polvere di vetro colorata, applicata a pennello nelle celle con pennelli a setole naturali, strato dopo strato, con una cottura in forno tra ogni passaggio. Le temperature oscillano tra 800 e 900 °C, dipende dalla formulazione degli smalti. Il numero di cotture varia molto: venti passaggi sono la norma in casi relativamente semplici, quaranta o cinquanta nei quadranti complessi. Vacheron Constantin ha dichiarato oltre cinquanta ore di lavoro e 220 fili d'oro per un solo quadrante Eternal Flow. Patek Philippe ha impiegato più di venti metri di filo e 48 colori per un orologio da tavolo. Louis Vuitton documenta 80 ore per certi quadranti Escale. Questi numeri non sono marketing: riflettono un processo che non si può comprimere.
Il tasso di scarto è alto. Un quadrante che si spacca all'ultimo forno è un quadrante perso. Si stima che solo il 10% dei pezzi avanzati in produzione superi tutte le cotture senza difetti. Nessuna vernice o stampa digitale ha questo rischio, e nessuna vernice o stampa digitale mantiene il colore invariato per decenni come fa lo smalto vitreo.
Il cloisonné si distingue dal champlevé perché nel champlevé le cavità sono ricavate scavando il metallo di base, mentre qui i setti sono costruiti sopra. Si distingue dal plique-à-jour perché quest'ultimo non ha supporto posteriore permanente: le cloisons reggono lo smalto traslucido nel vuoto, come una vetrata. Flinqué e guilloché riguardano invece il supporto inciso sotto smalto trasparente. Ognuna di queste tecniche ha logica propria; il cloisonné è quella che permette la massima complessità cromatica in spazi definiti, per questo è associata a scene figurative e motivi policromi.
La tecnica ha radici persiane, entrò in Cina intorno al XV secolo e lì raggiunse la massima densità tecnica. L'orologeria svizzera la importa come mestiere ausiliare almeno dall'Ottocento, affidandolo a smaltatori specialisti — figura separata dall'orologiaio e dal gioielliere — che oggi sono meno di una ventina al mondo ad alto livello.